Io ci sono (lo stesso) – post terapia

Eravamo in negozio, nella panetteria.

Mia nonna era dietro banco, monolitica, con i capelli in ordine e il trucco perfetto nonostante le già dieci ore di lavoro alle spalle. Era ora di pranzo.

Davanti c’eravamo io, Niní e sua madre.

Zack, lo psicocoso, mi ha chiesto di estrarre un brutto ricordo.

“Posso scriverlo, anziché parlare?”

“Certo”

“Ok, se no piango e non riesco a parlare più”

Piangere e scrivere, è molto più facile. Lo sapevo: ad un certo punto della terapia mi sarebbe toccato, anche se la cosa mi urta moltissimo.

Mica per una questione “d’immagine”, è che mi impaciugo di lacrime e schifo di naso, poi si scalda la faccia e diventa rossa, infine mi confondo e poi non parlo più.

Piangere è una cosa che faccio disordinatamente: è faticoso, dopo anni passati ad allenarmi su come non si fa.

Eravamo in negozio e la mamma di Ninì stava chiedendo a mia nonna di potermi portare a Verona, dai parenti che allora abitavano là.

La mamma e il papà di Ninì fuggirono ancora bambini dalla guerra in Vietnam. Gran parte delle loro famiglie arrivò qui, e non solo: Ninì aveva zii e cugini sparpagliati in tutto il mondo.

Quelli americani le spedivano inguardabili vestiti bellissimi, pieno di balze e tulle, fatti di raso a colori confetto.

Ricordo che trovavo esotica, l’idea di cambiarsi vestiti per gioco.

A casa mia, le regole imponevano un ritmo ragionato: si indossavano gli abiti finché andavano da lavare, perché eravamo in tante e non si potevano fare “mucchi di roba”.

L’ho sempre trovato sensato, come ho sempre guardato lei con certi picchi d’invidia che sapevo solo io.

Ero così contenta che finii per sentirmi imbarazzata, la volta che ne arrivò uno abbastanza grande da andare bene anche a me.

Di solito, toccava ringraziare per cose di cui non m’interessava per niente, così avevo finito per non avere idea di come comportarmi quando qualcuno – anche accidentalmente – mi faceva sentire felice.

Anche adesso, passati in un soffio ben più di vent’anni, mi sento talmente incapace di mostrare gratitudine, che preferisco non si facciano cose per me.

I miei non erano cattivi, erano solo impreparati a gestire un umano accidentale, in mezzo a un’altra vasta serie di sfighe, cresciuto per forza di cose, tra i muri di cortili interni e colpi di vento. E pagine di libri.

Non a loro immagine, né a quella di mio padre.

Sui compagni di scuola usavo i modi burberi di Ugo il Falegname Nervoso:

se all’intervallo un pallone mi piombava in braccio mentre leggevo, abbaiavo con il muso ritagliato via da lui, che minacciava me è Ninì di bucare il Supertele, colpevole del rimbombo sulla porta scorrevole metallica del suo laboratorio;

con quelle capre delle maestre, sfoggiavo toni e battute da bottega. Rinunciarono presto ad avere i miei compiti svolti: quasi tutte le cose di scuola, io le sapevo già. Spesso li facevo in tempo reale, leggendo ad alta voce riempivo i campi mai completati, sui puntini del libro per quel giorno là.

Le poche volte in cui mi mettevo a giocare con dei coetanei, nella mia testa partiva un film – o un cartone animato – tratto dai volumi dentro cui spendevo i pomeriggi: I Quindici (peggio Simone paggio Simone, con il berretto di lana marrone, con il farsetto verde velluto, paggio Simone ti dà il benvenuto), i Classici per Ragazzi – che cotta avevo per Jervis Pendleton – o le facciate leggere di riviste con estratti di testi pruriginosi (sfido chiunque ad aver letto pagine dell’erotico “Il Macellaio” prima della terza elementare).

Ma i giochi dei bambini mi imbarazzavano: passavo il tempo da sola, o tra adulti per i quali l’infanzia era una perdonabile debolezza passeggera. Niente su cui concentrarsi troppo. “Giocare” era qualcosa che volevo fare, pur vergognandomi all’idea di essere vista.

Mi commuove come le mie amiche, neo-mamme, vivano nell’angoscia di non essere abbastanza. Quando dico loro: “Andrà bene, non ti preoccupare, andrà davvero molto bene”, lo penso sul serio.

Se guardo indietro, ho compassione per me stessa.

Ad ogni modo, eravamo in negozio e Fiore – mamma di Ninì – chiese a mia nonna il permesso di portarmi con loro.

La risposta, che mi colse del tutto impreparata, fu un secco “No!” senza appello, vagamente sprezzante.

Ero così contenta a quella prospettiva, che non avevo considerato le implicazioni.

Mia nonna era disgustata all’idea che qualcuno potesse avanzare una richiesta del genere, e quel qualcuno ero io: la mamma di Ninì non era tenuta a sapere come funzionasse, ma io sì. Avevo già nove anni, mica tre: dovevo sapere che le stavo solo causando il disturbo di passare da cattiva di turno per niente.

E io rimasi lì, spaesata, nell’ombra della bottega con la serranda un poco abbassata, e iniziai a piangere. Senza riuscire a fermarmi.

Che vergogna, piangere per un inutile capriccio. Che mossa inconsiderata da parte mia, mettere in una posizione tanto poco lusinghiera qualcuno che si preoccupava sempre per me.

“Ho io la responsabilità della bambina, se succede qualcosa la colpa ricade è mia”.

Quindi fu no.

E io piansi, piansi. Senza insistere, piansi e basta. Piansi talmente a lungo da interdire gli astanti, per niente abituati a vedermi così. Non importava che “la bambina” potesse essere dimenticata a casa dell’uno o dell’altro vicino di casa fino a ora tarda, perché la madre si scordava di andarsela riprendere. Nemmeno importava che “la bambina” fosse in grado dai cinque anni di andarsene autonomamente in giro per il paese, magari evadendo qualche commissione. “La bambina” era stata “una stupida” anche solo a pensare di poter andare via.

Mi rendo conto che – di per sé – quell’episodio non fu niente di grave, eppure riassume il ritornello di tutta la mia vita.

E adesso sono solo tanto, tanto stanca.

10 pensieri su “Io ci sono (lo stesso) – post terapia

  1. E’ un po’ che leggo delle tue sedute dal dottor Zack, è una roba che mi incuriosisce, non tanto lui, che pure da come lo descrivi parrebbe un tipo interessante quanto lo scavarti dentro che sta facendo.
    Da qualche settimana anche uno dei miei migliori amici è entrato in analisi e mi racconta un po’ delle sue sedute, io lo conosco bene, e credo di sapere anche dove la sua psicocosa andrà a parare prima o poi. Credo anche che tutti gli esseri senzienti celino dentro di se episodi irrisolti, cose che più o meno inconsciamente ci hanno segnato il futuro di adulti, e ce ne vuole a trovare il coraggio di tirarle fuori.
    La teoria la capisco bene, ma sono fin troppo pratica e mi chiedo: alla fine, c’è un senso utile in tutto questo scavare? Dove porta?

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    • A risolvere i sintomi che certe volte, da cose del genere, emergono.

      Nel mio caso la diagnosi è stata depressione bipolare con disturbo dell’attenzione.
      Cosa che veniva alimentata da un’autoimmunità subacuta.

      Il mio caso, per la parte solo psicologica, si potrebbe riassumere con:
      ho passato talmente tanto tempo a rincorrere persone (da bambina) e cercare di far quadrare assurdi input che mi arrivavano continuamente, da non aver sviluppato una personalità coesa.
      Più aspetti di me, quasi indipendenti, si adattavano a ogni contesto in cui mi trovavo.

      Per un po’ ha funzionato relativamente bene.
      Poi ha preso il sopravvento.

      Ogni cinque minuti passavo da un pezzo di personalità all’altra, è una cosa che da dentro è estremamente faticosa.

      Avrei potuto rimanere così e condurre una vita mediocre, al di sotto delle mie potenzialità, dibattendomi costantemente nei tentativi – regolarmente falliti – di tornare ad avere una mente efficiente (fino ad un certo punto, funzionavo; poi sono crollata).

      Poi, penso mi sarei ammazzata. Ma mica per tristezza: quella si regge. La frustrazione costante no.

      Se fossi stata meno intelligente, magari avrei vissuto meglio, ma una cosa che la mia famiglia ha sempre pompato è stato imparare, ragionare.
      Che faceva a pacche con il rassegnarsi, che faceva a pacche con l’accettare ordini assurdi, che faceva a pacche con accettare pacche.

      C’è chi esce più o meno bene da cose “peggiori” e da cose “minori”.

      C’è chi è allergico alle fragole e chi no.

      Lo scopo della terapia è accordare i miei “horcrux” come dovrebbero: ingranaggi.
      Non petardi, pronti a scoppiare.

      Poi, quando viro da un “mood” (come li chiama Zack) all’altro, certe cose effettivamente le dimentico e mi tornano in mente solo quando torno nel mood di quando accaddero.

      Insomma, non ho abbastanza risorse, per continuare a vivere così. Non penso le abbia nessuno.

      Poi immagino, guardandomi attorno, che ci siano persone messe circa come me o parimenti in difficoltà che se ne fanno anche solo in parte una ragione.
      Io non sono in grado.

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    • (Comunque, quale fosse il senso me lo chiedevo pure io – con una certa spocchia oltretutto – finché non sono arrivata alla frutta.

      Non so bene perché, ma sta funzionando.
      E la mia quotidianità sta andando sempre meglio. Lo scopo è questo).

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      • Vero che l’intelligenza e la propensione a ragionare hanno il loro peso.
        E questa era la risposta che cercavo, al di là del motivo/diagnosi personale che ha portato te o il mio amico dallo Zack di turno (e che ti ringrazio di aver condiviso qui dentro). Perché penso che pure io ne avrei un gran bisogno, sono quella che ha passato una vita a dir sempre di si per timore di scontentare tutti, quella che non è mai abbastanza, che incamera e incamera fino a periodiche esplosioni per poi ricominciare. Lo so che ne avrei bisogno, ma temo un po’ che a un paio di giri dai cinquanta sia un po’ tardi per recuperare. Qualcuno mi ha detto che ho l’anima al vibranio, ma il vibranio se è davvero indistruttibile non lo sa nessuno e io, pur avendo la corazza e dei bei pesi alle spalle, indistruttibile non mi ci sento per niente.

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      • No guarda: è tardi quando si muore, mica quando si ha bisogno.

        Il più è trovare qualcuno di cui ci si fida (temo) e si rischia di finire scoraggiati dall’eventualmente dover cambiare. Altre possibili controindicazioni non ne conosco.
        Oggi, tornando da una nuova seduta (questo post è su quella di settimana scorsa) ho iniziato a scriverne e mi torna spesso in mente di quando a me dicono una cosa del genere: “Sembri fatta di amianto”.
        Secondo la teoria che segue il mio psicocoso, si chiama “Protettore Distaccato”: il pezzo di noi (che penso tutti abbiamo senza arrivare alla dissociazione) fatto esclusivamente per ergersi nei momenti in cui crolleremmo altrimenti.

        C’è anche il pezzo che dice sempre sì (non ricordo come si chiami) 🙂

        Comunque, già solo prendersi l’onere di iniziare, un po’ di effetto lo ha, il resto segue man mano.

        Onestamente, non pensavo (tra gli scettici per eccellenza della qualunque non si possa misurare al millesimo) che sarebbe stato un frontale così peso.

        E da sola avevo già scritto delle stesse cose, già parlato con amici, già tentato altri psicologi (ma mai la psicoterapia) e sono stati palliativi.

        Ma che tardi: non devi recuperare! Al massimo assestarti, ma non è una corsa a riempire buchi!

        A me, sembra più un incastrare i pezzi là dove devono andare, ma tu il materiale di partenza lo hai tutto.

        Guarda, il mio unico “rimpianto” è non essere stata pronta a iniziare prima.

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      • Guarda, se vuoi scrivermi per mail la provincia che ti interessa, sento da Zack se ha consigli nei dintorni

        (lui mi è stato consigliato da una psichiatra mamma di un’amica di cui mi fido molto, quindi sono andata a colpo sicuro diciamo, ma il suo approccio non so quanti di validi lo facciano)

        la mail è mezzatazzainbassoadestra@gmail.com

        se vuoi, quando vuoi, usala.

        Se no va bene uguale 🙂

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