Chiacchierate in famiglia

Sono cresciuta nella spontanea convinzione che tutte le famiglie fossero come la mia, circa. Il primo decennio di vita, trascorso in gran parte leggendo libri, non ha fatto che rinforzare l’impressione: le storie di Bianca Pitzorno ritraevano nuclei atipici e articolati, quelle di Roald Dahl descrivevano situazioni grottesche, per non parlare di Dickens e poi degli autori di cui un solo testo figurava nelle collane dei classici per ragazzi: Papà Gambalunga, Il Giardino Segreto, La Piccola Principessa. E così via, in una lunga trafila di gruppi composti da casi umani, in cui mi ritrovavo alla perfezione.

Quando parlo con Alck e lui fa tanto d’occhi, realizzo quanto casa mia sia una raccolta di disfunzionalità che – pur non rare – è difficile trovare tutte allo stesso indirizzo, catalogate dietro solo un paio di cognomi. Che primato del cazzo.

Un paio di giorni fa, per questioni di scelte di vita e soldi, mi sono trovata con le mie due zie (materne) e, come spesso accade, salutata la più grande delle due, con la Zia Giovane abbiamo fatto una di quelle sedute da un paio d’ore in cui fumiamo l’impossibile e dipaniamo secoli di matasse annodate, tra una voluta e l’altra.

Se nella famiglia di mio padre grossi drammi non ci sono, in quella di mia madre non esiste un membro uno che non sia sopra le righe e chiaramente pieno di paturnie. Chissà, dove è iniziata.

Sicuramente la Bisnonna ha incarnato il ruolo di demiurgo e di gran stronza, per almeno una settantina d’anni (dato realistico: è morta oltre il secolo). Era una donna affascinante, volitiva, decisa e cattiva. Sadica. Non con me: nei miei confronti è sempre stata generosa, disponibile e accogliente.

Da un certo punto di vista, ha sempre avuto un occhio di riguardo per chi si comportava peggio: suo figlio (fratello di mio nonno, violento, vizioso e poi incarcerato e morto giovane tra le braccia della madre e i sanitari, sul pavimento del bagno), mia madre (matta da legare, la vedo malvolentieri circa una volta all’anno da quando ho compiuto i sedici)

e poi dava contro, con umiliante disprezzo, a chi automaticamente si sottometteva a lei, come la nuora (mia nonna), che si è spaccata la schiena – anche non pagata – per anni, nell’attività di famiglia.

Ho pensato a lungo, in queste settimane. Tra le altre cose, a scrivere (qui), ma per la testa continuavano a girarmi ingestibili, pensieri sfilacciati e veloci. Niente che, sul momento, potesse portare a un discorso di senso compiuto.

Però, da qualche anno, mi gira in testa una considerazione che si è fatta via via più ingombrante: i segreti perdono qualunque rilevanza, una volta esposti. E io, di segreti pericolosi non ne ho, ma tra tutte noi di casa, di segreti dolorosi e vergognosi ne abbiamo a bizzeffe. Ci hanno insegnato a vergognarci.

Le mie zie – una l’indirizzo di questo blog lo ha – anni fa sarebbero crollate, all’idea che qualcuno potesse raccontare. Anonimamente o meno, irrilevante: i panni sporchi si lavano in casa, nella testa, nelle viscere, così che lo sporco degli altri ci si accumuli dentro. Come un veleno, una punizione, la giusta condanna per chi ha la sfrontata incoscienza di venire al mondo.

Il peccato originale, al nostro indirizzo, è rimasto per decenni infiammato e bruciante, senza battesimi per affrancarsene né preghiere sufficienti a soffocarlo.

Ma poi, perché?

Perché siamo rimaste tutte ad annuire e a prendere per buone le spiegazioni, costantemente confermate da un microcosmo di facce di merda di paese, che hanno trovato, nella miseria della propria vita, come unico divertimento, pitturare di lordura quella degli altri.

Quello che ti viene costantemente ripetuto, dopo un po’ diventa vero.

Alla terza sigaretta, mia zia mi ha chiesto se c’ero, al centenario della Bisnonna, mestamente festeggiato al ricovero per anziani.

“No, non mi avevate chiamata”

“Beh va bé, allora ti dico questo. La Nonna, quando è stato il momento di fare una foto in famiglia tutti insieme, di riflesso è arretrata. Le ho chiesto ‘Mamma, ma cosa fai? Vieni a fare la foto’.

Lei scuoteva la testa e non voleva avvicinarsi. La Bisnonna, ti ricordi: a quel punto non ragionava più, e la Nonna era ancora ter-ro-riz-za-ta.

Le ho dovuto ripetere, più volte, ‘Mamma, guardala: non può più farti niente”.

Io non so dove finisca l’inevitabile e inizi la scelta del proprio inferno

so bene che levarsi un condizionamento cresciuto con noi, è quasi impossibile.

Il fatto che io fossi piccola, negli ultimi anni dell’Impero del Disastro di casa, da un lato mi ha spezzata in più parti, dall’altro mi ha lasciato sospesa tra un microcosmo e il resto del mondo.

Ognuna delle mie parti, ora, concorda su una conclusione: fuori tutto.

Che sia qui, per strada nel mio ridicolo paese, in faccia ai diretti interessati o ovunque ne abbia voglia.

Perché, tra tutti i miei pezzi tirati a destra e manca, ha finito per rompersi proprio la vergogna

ma è rimasta intatta e pronta all’uso, una gran faccia come il culo.

23 pensieri su “Chiacchierate in famiglia

      • No, non è facile

        nel mio caso però, era più difficile mantenere coeso il casino irrazionale con cui mi spiegavo il dovere di tenere vivo questo senso di vergogna.

        Una volta che inizi a chiederti perché e smetti di cercare di incastrare risposte senza senso
        e ti rassegni al fatto che le persone in cui hai più fiducia, possono aver torto, il tutto inizia a smontarsi.

        Sgradevolissimo e laborioso, ci ho messo vent’anni.

        È che si vive tutto con molto trasporto, ma se si riesce a distaccare rancore e desiderio che sia colpa di qualcuno (è strano, capire che a volte il dolore non ha responsabili né motivi), tutto scorre più liscio.

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  1. Terribilmente bello, mi piace il tuo modo fintamente sgangherato di raccontare, quell’arrivare al punto come per caso, e invece tutto quadra e ha un senso commovente quel mettere da parte la vergogna e arrivare a far prendere aria ai locali di casa. Mi fai pensare a una mongolfiera che all’inizio e’ accasciata su un prato, brutta, pensi che non si sposterà mai di lì ma poi a forza di fiato caldo ecco che si mette come in piedi e dopo qualche sforzo si libra leggera nell’aria. Bella da vedere,
    ml

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  2. Premessa: lo suo stile lo trovo tutt’altro che casuale o sgangherato. Lo trovo molto simile a quello di una chiacchierata e probabilmente è molto efficace per questo.

    Ho sempre avuto molto rispetto per i segreti, miei ed altrui: credo che debbano essere i diretti interessati a spezzare il silenzio e non altri. Ma i segreti di famiglia, ad uso e consumo del prossimo, spesso non sono altro che una perversa forma di manipolazione dei più giovani o di chi è più vulnerabile. Quindi, se serve, vanno presi anche a picconate e sgretolati: le chiacchiere su quello che sanno tutti finiscono ben presto. Comunque, l’atmosfera che descrive somiglia molto ai racconti di mia cognata sul clima respirato nell’aborrito paesello natio, abbandonato volutamente per fare l’università: occhi perennemente puntati addosso, un vero supplizio. Se può esserle d’aiuto, c’è un libro di Jodorowsky, si intitola Metagenealogia o qualcosa di simile: è una boiata pazzesca, ma la parte che descrive le perverse dinamiche familiari è eccezionale, dovrebbero farla studiare a scuola. In pratica, siamo il prodotto di una serie di individui (non solo i genitori, pure nonni e bisnonni, zie, cugini, ecc) che ci marchiano con una serie di convinzioni e condizionamenti, tramandati di padre in figlio, e ricorrenti in nome dell’appartenenza familiare: il nostro modo di comportarci nelle varie situazioni e quello di esternare le emozioni, il nostro alfabeto emotivo che poi si andrà a scontrare (o a incontrare) con quello altrui. Perché è bene che sappia che, per un sordido meccanismo psicologico, ci si tende a mettere in situazioni ricorrenti, spesso irrisolte, nel tentativo di cambiarle a nostro favore. A parte le cazzate proposte come rimedio, per nulla razionali, visto che hanno a che fare con la stregoneria, la panoramica delle dinamiche familiari mi è stata molto utile a capire perché, a volte, nei conflitti familiari mi sentivo come se stessi recitando un copione scritto da altri.

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    • Molto vero che tendiamo a riprodurre gli stessi schemi, anche io l’ho fatto per vent’anni, ma sa: come cresciamo plasma la trama di cui siamo fatti: non si tratta di scrollarsi di dosso qualcosa. Bisogna imparare a cambiarsi.

      Il mio non è che sia uno “stile”: non trattandosi di un compito assegnato, scrivo le cose nell’ordine in cui mi vengono in mente.

      Mi segno il libro!

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